© 2019 by Simone Cosentino

S u     d i    n o i

S T A F F

S U    D I    N O I 

Argot è un termine francese che indica un gergo sviluppatosi nel XIII secolo in Francia e diventato famoso nel 1600 come linguaggio parlato all’interno delle corti dei miracoli, luoghi notturni in cui i mendicanti si ritrovavano e, disinibiti dall’alcol, perdevano quegli “handicap” che fingevano di giorno per chiedere l’elemosina. A Roma, Argot è il nome di un cocktail bar che dalle corti dei miracoli parigine prende spunto per l’ambientazione e per quel senso di accoglienza che, eliminando naturalmente l’aspetto malavitoso, rendeva quei luoghi dei rifugi in cui tutti erano ben accetti.

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Una porta ad angolo che si vede appena, nessuna insegna ed entriamo nel regno di Clopin TrouillefouLa Cour des Miracles romana è composta di due sale, una adiacente al bancone, con tanto di pianoforte per le sessioni live e l'altra poco distante, adibita ai fumatori. La luce soffusa, le pareti in muratura, atmosfera calda e vivace.

Che cosa c’entrano scrittori come James Joyce, Italo Svevo, Marcel Proust, Jack Kerouac con la miscelazione?

 

Molto, almeno all’Argot di Roma. Basta guardare la drink list Flusso di coscienza.

 

Una tecnica narrativa dove i pensieri di un personaggio di un racconto sono presentati così come si affacciano nella sua mente, secondo una rete di libere associazioni mentali di idee, pensieri, immagini, ricordi. Una tecnica che ha riempito le pagine dei capolavori di questi e di altri grandi autori, alla quale i bartender del cocktail bar capitolino si sono ispirati per mettere a punto i drink, tutti originali twist on classic, che compongono il menu proposto dal 10 novembre 2017.

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“Il flusso di coscienza è qualcosa di molto personale, dove tu metti nero su bianco i tuoi pensieri, esperienze ed emozioni. Abbiamo creato il nuovo menu seguendo questa linea di pensiero, per condividere le nostre emozioni e raccontarci ai nostri ospiti in maniera diretta”.

Il menu dell’Argot rispecchia proprio questo pensiero: a prima vista si presenta come uno di quei tomi da biblioteca, un po’ disordinati e impolverati, quasi in attesa di intimorire il lettore. Sfogliandone le pagine però quello che emerge è in primo luogo l’estrema cura e attenzione che i ragazzi hanno dedicato al nuovo progetto, e in secondo luogo, invece, che il concetto di “flusso di coscienza” è stato preso alla lettera: le ricette presentate sono scritte in modo estremamente disordinato, quasi caotico, riuscendo però a raccontare effettivamente la storia che il drink stesso si porta dietro.

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